Da Olivetti a Google: ecco quanto ne sappiamo di Welfare aziendale in Italia

Da Olivetti a Google: ecco quanto ne sappiamo di Welfare aziendale in Italia

Scritto da Redazione il 26/04/2018

Baby sitter e libri scolastici per i figli, biglietti di treno tram e metropolitana e  rimborsi chilometrici da casa al lavoro. Ma anche il dentista, l’assistenza medica per i familiari, esami specialistici compresi, e – perchè no - la parcella per il parto cesareo. Il tutto ovviamente a spese dell'azienda. Perchè un lavoro ben retribuito è importante, certo, ma ormai non basta più. Oggi i lavoratori italiani vogliono più benefit, più tempo libero, più attenzione alla salute e alla famiglia: in due parole, più welfare.

Introdotto ufficialmente nel 2016 e rafforzato dall’ultima Legge di Stabilità, il welfare – almeno in Italia - prevede l’erogazione o il rimborso di servizi – tetto di 3 mila euro annui a lavoratore, tassazione agevolata per l’azienda – che semplificano la vita e sgravano il lavoratore da preoccupazioni aggiuntive.  

Ma qual è la situazione oggi? Dopo le prime timide iniziative, programmi di welfare hanno iniziato a prendere sempre più piede in un numero, di anno, in anno, maggiore di realtà. Ma ancora non è abbastanza.

 

WELFARE, MA CHI LO CONOSCE?

Stando al primo rapporto Censis-Eudaimon - pubblicato nel gennaio scorso, a poco più di un anno dagli ultimi interventi di rilancio normativo, avvenuti ad opera rispettivamente della Legge n. 208/2015 (articolo 1, commi 182 e ss.) e della Legge n. 232/2016 (articolo 1, commi 160 e ss.) -  «solo il 17,9% dei lavoratori italiani ha una conoscenza precisa di cos'è», il 58,5% lo conosce solo per grandi linee e il 23,6% non sa cos'è.

Ad apprezzarlo sono per lo più dirigenti, laureati e dipendenti con redditi elevati, che lo richiedono soprattutto sotto forma di polizze sanitarie (indicate dal 53,8% degli occupati) e previdenza integrativa (33,3%). Tra le prestazioni più gettonate non mancano anche i buoni pasto e la mensa aziendale (31,5%); il trasporto da casa al lavoro (ad esempio, l'abbonamento per i trasporti pubblici, 23,9%); i buoni acquisto e le convenzioni con negozi (21,3%); l'asilo nido, i centri vacanze e i rimborsi per le spese scolastiche dei figli (20,5%). 

Meno interessati a tutto ciò che rientra sotto il cappello di welfare sono invece gli operai e i lavoratori con redditi bassi, per cui rimane più attrattivo il premio in busta paga piuttosto che in servizi. Al punto che si potrebbe affermare che, almeno per l'Italia, la propensione al welfare aziendale è direttamente correlata al reddito percepito: più è basso, minore è l'apertura alle prestazioni integrative. Il che è, a tutti gli effetti, un vero e proprio controsenso, dal momento che sarebbero proprio i lavoratori con redditi medio-bassi quelli ad aver maggior bisogno di adeguate forme di welfare.

 

 

DALLA OLIVETTI ALLA BERTO'S DI TRIBANO

Eppure iniziative eccelse non mancano (e non sono mancate) sul nostro territorio.  Se il pioniere italiano del welfare aziendale ante litteram è stato Adriano Olivetti - il patron delle macchine da scrivere, che nella sua fabbrica di Ivrea, già negli anni '40, aveva costruito case per i dipendenti, asili, mense e aree ludico-culturali -  negli anni della crisi il ruolo di capofila è andato a Luxottica, che nel 2009 ha introdotto, primo in Italia, il “carrello della spesa” gratuito: cioè prodotti alimentari distribuiti mensilmente agli (allora) 8mila dipendenti.  Per poi allargare, negli anni successivi, il raggio di azione dei benefit offerti ai lavoratori assunti o a termine a cure mediche, borse di studio, corsi di formazione, orari flessibili per le famiglie. Fino ad arrivare al 2016, quando il colosso degli occhiali ha introdotto il bonus vita: una polizza per gli eredi dei dipendenti, con un  contributo che può arrivare fino 70 mila euro se nel nucleo familiare c’è un figlio minorenne, studenti fino ai 30 anni, persone con disabilità certificata oppure se il defunto lascia da pagare il mutuo sulla prima casa. 

Poi il modello si è diffuso coinvolgendo da Wind a Conserve Italia, da Ducati a Lamborghini, da Camst a Coop Adriatica. Ma anche Atm, Randstad Italia, Ima e Gd. Fino a una media azienda come la Berto’s di Tribano, in provincia di Padova. Che già nel 20015 aveva introdotto, per i suoi 100 lavoratori specializzati,   un rimborso spese per comprare i libri e pagare la scuola ai figli (dall’asilo nido, all’università), un anticipo estensivo del Tfr, anche per ristrutturare la prima casa, sposarsi o comprare la macchina, e formule di sostegno alla genitorialità, nel senso di orari lavoro personalizzati per garantire la conciliazione tra vita famigliare e lavorativa.  

 

OBIETTIVO GOOGLE

Nonostante gli sforzi compiuti dai nostri connazionali, i risultati continuano a rimanere ben lontani da quelli del sei volte vincitore del titolo di “Migliore posto al mondo in cui lavorare”, alias Google.

A renderlo un datatore di lavoro così ambito? Beh, per esempio il fatto che l'azienda offre ai suoi impiegati tre pasti al giorno, tutti ovviamente gratis. E che si può scegliere tra mensa aziendale (ovviamente la migliore al mondo) e tutta un'infinta varietà di Food trucks che l'azienda contatta giornalmente per offrire ai propri dipendenti solo il meglio. Oppure che in casa Google, lo stipendio si aggira attorno ai 140.000 dollari l'anno a cui vanno sommati tutti una serie di generosi bonus, stock option e un fondo pensione.

Ma ciò che rende in assoluto il colosso di Cupertino il posto di lavoro più desiderato al mondo, è la flessibilità. Chiunque, in qualsiasi momento, può prendersi una pausa e magari giocare a biliardino oppure prendere in prestito una delle bici che l’azienda mette a disposizione per sgranchirsi le gambe e fare una bella pedalata. Per non parlare delle gite fuori-porta, anche giornaliere e infrasettiminali, organizzate e pagate dalla società.

A Google, del resto, non importa come usi la tua giornata e le pause che ti predi, l’importante sono i risultati che il tuo lavoro produce.